giovedì 27 luglio 2017

VITALIZI KAPUTT: NON DISSOLVIMENTO DEL PRINCIPIO DI IRRETROATTIVITA' MA DEL LEGITTIMO AFFIDAMENTO


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1. Nonostante le tante lamentele sugli "sprechi" presunti e sull'intollerabile peso del debito pubblico, trasmesso immancabilmente alle generazioni future, nonchè sulla "enorme" spesa pubblica, l'intervento in funzione peggiorativa del trattamento pensionistico - ciò che si vuole costituzionalizzare per...costituzionalizzare l'euro-, non è considerato in sé illegittimo dalla giurisprudenza costituzionale, della Cassazione e anche amministrativa.
Si esclude infatti che tale intervento peggiorativo sia retroattivo allorché ci si trovi di fronte ad un "rapporto di durata", ove cioè la posizione soggettiva sostanziale (cioè il diritto a percepire la pensione) consista in un credito pecuniario, ma il suo adempimento da parte dello Stato, cioè il pagamento, si svolga nel tempo attraverso prestazioni (versamenti di denaro), di carattere periodico che si verificano nel futuro rispetto al sorgere del diritto alla prestazione.

2. Nell'escludere la retroattività come carattere delle leggi che dispongono il peggioramento del trattamento pensionistico (o di qualsiasi altro diritto di prestazione verso lo Stato, d'altra parte), detto in pillole, si distingue grosso modo (le formulazioni dottrinali e teorico giurisprudenziali sono tra le più varie e incerte) tra fattispecie generatrice della posizione giuridica di vantaggio (nel caso delle pensioni, il raggiungimento di una certa età e l'aver versato un certo ammontare di contributi per un certo numero di anni) ed effetti, protratti nel tempo, del rapporto giuridico (v. qui, in specie note 20 e 22: cioè il pagamento periodico, tendenzialmente mensile, di assegni pensionistici, sarebbe un autonomo effetto giuridico, scisso dal sorgere del diritto e, come tale, soggetto alla legge del tempo in cui verrà erogata, purché non si chieda la restituzione delle rate precedenti erogate sotto la legge vigente al tempo del collocamento in pensione). 
Se la "fattispecie generatrice" del rapporto di durata non è rivalutata dalla nuova legge, cioè diversamente regolata a posteriori (come ben definisce Luciani parlando di "dissolvimento della retroattività", sempre qui, nota 117),  - e in pratica, se non viene ridisciplinato ex tunc lo stesso sorgere del diritto, fino al punto che la legge successiva arrivi a escluderne il riconoscimento "ora per allora"-, considerando costitutivi del diritto solo i diversi requisiti di età e contributivi ANCHE per chi fosse già andato in stato di quiescenza negli anni passati (in base ai requisiti della precedente legge),  si arriva comunemente a sostenere che un "taglio" delle pensioni in godimento, non risulterebbe retroattivo.

3. Questo modo di considerare le cose, ormai assolutamente prevalente in Italia, pone dunque un unico limite per così dire "estremo" agli effetti di QUALSIASI legge peggiorativa in materia pensionistica, (al fine di non considerarla retroattiva): quello di negare gli effetti della precedente legge (in vigore al momento del "pensionamento") nell'aver GIA' dato luogo al diritto a pensione. 
Ma è anche da aggiungere (e se avete voluto leggere i links inseriti lo potrete approfonditamente constatare) che questo limite vale solo e sempre "dopo" la transizione del lavoratore nello stato di quiescenza: prima, durante la vita lavorativa del dipendente, in teoria, qualunque modifica della disciplina pensionistica sarebbe consentita, o almeno non incapperebbe nella qualificazione di retroattività, proprio perché, per definizione, non si è ancora perfezionata la fattispecie generatrice del diritto (alla prestazione).

4. Va anche ricordato che l'art.11 delle c.d. "preleggi" (preambolo al codice civile) prevede sì che "la legge non dispone che per l'avvenire; essa non ha effetto retroattivo": ma questa indicazione è un mero principio posto in una fonte legislativa, mentre la Costituzione esclude la retroattività della solo legge penale, cioè "punitiva" (art.25). Quindi, una legge "civile" (nel senso ampio di "non penal-sanzionatoria") successiva, che non intervenga in materia penale, non ha ostacoli a disporre in senso retroattivo e la retroattività delle leggi non penalistiche, in linea di principio, deve solo essere giustificata in base alla sua "ragionevolezza".
Per norme retroattive "peggiorative" della condizione di reddito e di patrimonio dei destinatari si cercherà normalmente una giustificazione in un qualche principio costituzionale che viene bilanciato con l'interesse pubblico che si intendeva tutelare con la legge "ampliativa" precedente, e che viene normalmente fatto prevalere su tale interesse (ormai, in modo generalizzato, in nome dei vincoli di bilancio con assunti con l'UE)..

5. Questo quadro presupposto, non esclude che la Corte, o molto più raramente, Cassazione e giudici amministrativi, possano rinvenire altri profili di illegittimità di discipline peggiorative di prestazioni erogate dallo Stato, o anche, cosa che dal punto di vista finanziario pubblico assume lo stesso significato, peggiorative di pagamenti in corrispettivo dovuti dai privati che si trovino in un rapporto (di diritto pubblico) "di durata" con l'amministrazione (ad es; i canoni pagati dagli assegnatari di publbici alloggi o dai concessionari di beni demaniali marittimi). Ma non si tratta, appunto, di illegittimità legate alla retroattività in sè.
Con una considerazione molto empirica e soggetta a valutazioni caso per caso, che risentono moltissimo delle convinzioni extratestuali, rispetto al dettato costituzionale, e generate dal senso comune generato dal controllo mediatico e dal connesso indirizzo politico affermatosi di forza nei rapporti sociali, la Corte potrà giudicare certi peggioramenti legislativi della situazione di creditore dello Stato, entro rapporti a esecuzione periodica di prestazioni, come irragionevoli o "non consentanei". 
Cioè, secondo orientamenti ormai difficilmente prevedibili e sempre più restrittivi, la Corte potrebbe ritenere questi peggioramenti "eccessivi", perché troppo drastici o prolungati nel tempo: in genere si censura la non temporaneità del sacrificio, in quanto non commisurato alla durata dello stato di "emergenza" che lo giustifica, ovvero, il suo incidere in una misura non sufficientemente graduata nel tempo.

6. La posizione attuale della giurisprudenza parrrebbe decisamente limitata ad affermare che "est modus in rebus": e dunque, che la formula del "legittimo affidamento", che ha sostituito nella pratica quella della (esclusa) irretroattività della legge peggiorativa della condizione costituzionalmente tutelata di lavoratori e operatori economici in genere, operi essenzialmente come graduazione e attenuazione nel tempo della restrizione, comunque "finanziariamente" lecita, dei diritti sociali (quella alla pensione come quello al pagamento di corrispettivi per il godimento di beni pubblici, sia pur essenziali secondo le norme costituzionali).
Ma questa moderazione quantitativa e questa gradualità sono affidate, per definizione, a un concetto di "legittimo affidamento" storicamente mutevole: ciò che ieri, o qualche decennio fa, poteva apparire un'irragionevole ed eccessivamente drastica, e non graduale, privazione di utilità economiche erogate dallo Stato, via via, fino ad oggi, muta di senso. 
Questo nuovo e inarrestabile "senso" si sviluppa sulla base della assoluta convinzione (anch'essa extratestuale rispetto alla Costituzione) che il risanamento finanziario dei conti dello Stato, imposto dalla benefica e moralizzatrice adesione agli obblighi imposti dalla partecipazione all'Unione europea, sia sempre più un obiettivo prevalente e assolutamente ragionevole, in quanto tale risanamento sia imposto dalla "scarsità di risorse" e dalla finalità di "promuovere la crescita".

7. Fatto questo riassunto preliminare di complesse questioni su cui i giuristi si affannano a trovare giustificazioni che si riducono a "quanto" sia prioritario il mantenimento dell'euro (ma per lo più senza rendersene conto), e rinviato alla lettura dei links relativi, nonché a (tutti) quelli sulle teorie espresse da Einaudi nel 1914 nel suo libro di scienza delle finanze, postateci da Francesco Maimone-, spero che un lettore in normale buona fede possa comprendere il quadro ideologico-economico che viene attuato, anzi accelerato, con la previsione del ricalcolo dei vitalizi (tendenzialmente pensionistici) dei parlamentari.
Siamo nell'ambito del perseguimento di un unitario disegno che considera in termini morali (come ogni rivendicazione anticasta, che si manifesta esclusivamente in termini di immoralità dell'intervento dello Stato nel perseguimento dei suoi fini costituzionali essenziali), un problema di democrazia sociale che, anzitutto, si legava alla possibilità di tutti, anche dei meno abbienti, di partecipare effettivamente alla vita politica del paese: senza provvidenze mirate a coprire sul piano previdenziale chi si fosse dedicato a svolgere ruoli elettivi al servizio del paese, solo gli abbienti e coloro che siano i mandatari di questi potrebbero dedicarsi alla politica attiva (e all'elettorato passivo). 
E' anche ovvio che chi, tra gli eletti, come in concreto risulta dalla composizione professionale dei parlamentari (sempre più negli ultimi decenni, imprenditori, grandi professionisti e dirigenti d'azienza), disponesse di redditi e patrimoni di rilevante consistenza, non dovesse essere, in radice, destinatario di provvidenze, indennitarie come previdenziali, di cui non avrebbe altrimenti avuto alcun reale bisogno: o almeno avrebbe dovuto esserlo nella ridotta misura rapportata alla sua effettiva condizione economica.

8. Il fatto di aver affidato all'auto-gestione dei detentori del potere legislativo la fissazione della esatta e sempre crescente misura delle proprie provvidenze, come pure di ogni altra indennità per l'esercizio delle funzioni, e che ciò abbia dato luogo ad abusi, che urtano il senso comune, non esclude che permanga la validità di un sistema che tuteli la fasce sociali più deboli consentendogli di essere rappresentate nelle assemblee elettive.
Una correzione ragionevole degli eccessi che si sono accumulati nel tempo purtroppo non è resa possibile da questa situazione di radicale conflitto di interesse creato da decidenti che disciplinano i propri stessi interessi economici
Il "giochino", in compresenza della crisi finanziaria pubblica permanente (qualificazione insostenibile sul piano della corretta individuazione di cause/effetti, e di cui la Corte costituzionale stenta a rendersi conto per le ragioni sopra esposte) in cui viene gettato lo Stato a seguito dell'adesione alla moneta unica e ai vincoli fiscali conseguenti, è andato troppo oltre: ne discende una perdita di consenso che mette in pericolo la prospettiva di rielezione, per cui si corre ai ripari prospettando uno scambio tra il "merito" di essere divenuti fanatici sostenitori dell'abolizione di privilegi (di cui non si riconosce più l'originaria finalità di democrazia sostanziale) e la riconquista della popolarità in quanto crociati moralizzatori.

9. Ma poiché si tratta di un unico disegno realizzato in "crescendo", - oltre a rinunciare a fare quello che sarebbe più logico, cioè rivedere secondo canoni di ragionevolezza e di attualità l'insieme delle norme auto-dettate che regolano i vari compensi dei parlamentari, magari fissando una volta per tutte criteri veramente trasparenti, che rendano tali disposizioni vincolate a oggettivi parametri esterni e determinati da soggetti terzi ed imparziali-, si genera un altro effetto.
E questo ulteriore effetto appare poi in effetti la "vera posta in gioco" di tutta la faccenda, rendendo la finalità della riconquista della popolarità nella veste di "pentiti della casta" un mero scopo esteriore e strumentale: e invero, si pone il precedente che l'applicazione di quasi qualunque drastica e non graduale riduzione dei diritti previdenziali sia accettabile, a maggior ragione se l'esempio è dato da chi sta per deliberarne di molto più estese e generalizzate per tutti i lavoratori.
Insomma, si pone una nuova frontiera nell'assottigliare, fin quasi ad azzerarlo, il "legittimo affidamento": la suggestione che ne risulta è del tutto irrazionale. 

10. Se infatti si era esagerato coi vari compensi dei parlamentari, la rinuncia ad una complessiva rimodulazione ed oggettivazione neutrale della materia, lascia il campo al solo criterio che, in effetti, si vuole affermare: ogni trattamento pensionistico, futuro o in godimento, può essere rivisto in base all'integrale calcolo contributivo.
La punizione subita, in nome della moneta unica e del pareggio di bilancio, da parte delle nuove generazioni (pp.10-11), va estesa a tutti perché l'abolizione dei "privilegi" realizzata "contra se" dalla classe politica elettiva, rilegittima quest'ultima a imporre a tutti-tutti i sacrifici imposti da L€uropa
 Poco importa se la composizione sociologica dei parlamentari, già da decenni, vede la prevalenza di soggetti economicamente privilegiati per propria privata condizione professionale, e se dunque, tale ri-legittimazione, a ben vedere, non abbia nulla a che fare con l'eguaglianza sostanziale nell'imposizione di sacrifici comparabili, nella misura, tra i diversi destinatari

11. E poco importa se l'idea di rideterminare in peius le pensioni in godimento o in procinto di essere maturate non sia conforme al criterio dell'adeguatezza che, l'art.38 Cost., imponeva di estendere e proseguire proprio rispetto alle "future generazioni", sicché far stare male, e progressivamente peggio, tutti i lavoratori non è un rimedio all'ingiustizia già perpetrata in nome de L€uropa, ma solo il perseguimento "militarizzato" e avallato dalla Corte costituzionale, dell'assetto sociale implicito nell'euro
Quell'assetto che Carli, pur principale ideatore e propugnatore del "vincolo esterno", sapeva essere scientemente perseguito dalla moneta unica in quanto ad effetti equivalenti al gold standard (qui, p.4) e che, appunto, Carli stesso descriveva così (p.8)
"...il ritorno alla convertibilità aurea generalizzata implicava governi autoritari, società costituite di plebi poverissime e poco istruite, desiderose solo di cibo, nelle quali la classe dirigente non stenta ad imporre riduzioni dei salati reali, a provocare scientemente disoccupazione, a ridurre lo sviluppo dell’economia".

martedì 25 luglio 2017

BERLINGUER, L'INFLAZIONE E LA DEFORMAZIONE NELL'ATTRIBUZIONE DELLE RESPONSABILITA'


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1. Nel 1976, Berlinguer sull'Unità, rilascia un'intervista il cui passaggio fondamentale è la notoria locuzione che l'inflazione colpisce sempre e per primi i ceti più poveri:

2. Berlinguer era in effetti un po' troppo pessimista; come abbiamo più volte visto (qui, p.1), all'inizio degli anni '80, Giavazzi e Spaventa, nell'analizzare l'uscita italiana dalla crisi di c.d. stagflazione, alla fine degli anni '70, parlavano di una ripresa molto più brillante che negli altri paesi:  
"Senza misure supply-side, comunque, l'inflazione sarebbe stata, al meglio, neutrale: grazie (però) a un sistema fiscale non indicizzato (ndr; in Italia: cioè grazie al fiscal drag che appesantiva de facto la tassazione sulle persone fisiche, su redditi aumentati in termini solo nominali, in presenza di inflazione), l'inflazione fornì le entrate per finanziare i sussidi alle imprese che permisero allo stesso tempo un recupero dei profitti e lo stimolo alla domanda proveniente da un deprezzamento reale. Il costo della conseguente disinflazione furono bassi precisamente perché  l'inflazione e la svalutazione della moneta avevano spinto i livelli di profitto dell'industria.  Questo paper sviluppa una comparazione specifica con l'esperienza del Regno Unito (cioè col sistema di tagli dell'intervento pubblico e di liberalizzazioni e privatizzazioni della Thatcher) che prese le mosse da condizioni molto simili a quelle italiane.
Argomentiamo che il successo della stabilizzazione italiana, e il suo evidente risultato superiore paragonato a quello britannico, sia dipeso in modo cruciale dal tempismo e dalla sequenza delle politiche poste in essere: facendo innalzare i margini di profitto e forzando l'aggiustamento solo successivamente a ciò, l'Italia non dovette subir l'ondata di chiusura di impianti osservata in UK.

Tanto che ammettevano "nonostante l'indicizzazione salariale, l'inflazione costituì un efficace strumento di politica economica e la disinflazione risultò relativamente indolore".

3. Indolore, rispetto ai livelli di disoccupazione e al livello della spesa pubblica e del debito rispetto al PIL (sempre qui, pp.1-3). Ciò che invece, Berlinguer mirava a limitare sollevando, poco dopo, la questione morale - contro ogni clientelismo e in favore de "l'economia aperta", suscitando la ormai celebre reazione di Federico Caffè che, nel "Processo a Berlinguer" (1982), stigmatizzò il "frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito comunista, anche se in modo occasionale e non univoco, possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese". 
Ancor prima, Caffè (nel "fatidico" 1978), aveva contrastato l'idea dell'inflazione come la "più iniqua delle imposte" con un articolo il cui titolo oggi sarebbe più che mai attualissimo: "La vera emergenza non è il “populismo” ma una normalizzazione di tipo moderato". Vi riporto il passaggio fondamentale perché accosta la posizione di Berlinguer a quella di Hayek: e siamo nel 1978 (!):
"La riscoperta del mercato, che non è fenomeno esclusivamente italiano anche se nel nostro paese ha trovato conturbanti consensi perfino nelle forze politicamente progressiste, lascia sconcertati, in quanto appare immune da ogni ripensamento critico che sia frutto della imponente documentazione teorica ed empirica disponibile sui fallimenti del mercato: dalla sua incapacità di tutelare efficacemente il consumatore che dovrebbe esserne il sovrano, al suo assoggettamento alle forze che dovrebbero dipendere dalle sue indicazioni, al riconoscimento delle carenze che esso manifesta nella segnalazione di esigenze vitali,  ma non paganti, della collettività.
I propositi di programmazione, d’altro canto, non si discostano ancora oggi dall’antica riserva mentale, di stampo einaudiano, che esorcizzava, a suo tempo, lo stesso termine di piano, sfumandolo in quello più blando di schema, o svuotandolo di una connotazione specifica, in quanto “tutti fanno piani”.
Questo arretramento culturale si traduce, fatalmente, in una deformazione nell’attribuzione delle responsabilità di una situazione che si conviene definire meramente di emergenza.
Che di arretramento culturale si tratti non dipende meramente dal ritorno all’antico: il ricupero di idee del passato che siano state a torto trascurate o che non siano state adeguatamente comprese a tempo debito, risulta generalmente valido.
Ma allorché Hayek ha, del tutto recentemente, scritto che “la causa della disoccupazione risiede in una deviazione dai prezzi e dai salari di equilibrio che si stabilirebbero automaticamente, in presenza di un mercato libero e di una moneta stabile”, si è di fronte non a una fruttuosa rielaborazione di idee che abbiano radici lontane, ma all’ennesima attestazione dell’atteggiamento del ritorno retrivo di chi non ha saputo niente apprendere e niente dimenticare.
L’informazione maggiormente in grado di influenzare l’opinione pubblica, i messaggi delle persone in posizione di potere e di responsabilità non differiscono da questa, in fondo patetica, incapacità di studiosi indubbiamente eminenti, come Hayek, di riconsiderare in modo nuovo antichi convincimenti".
4. E quanto "antico" è questo convincimento che l'inflazione sia la più iniqua delle imposte a carico dei (soli) poveri? 
Ne troviamo traccia (traiamo dallo studio di Clara Mattei) già nella Conferenza di Genova del 1922, - promossa dalla FED con i banchieri centrali (e non), chiamati a indicare le soluzioni alla crisi di stabilità monetaria e finanziaria (inevitabilmente) susseguente alla prima guerra mondiale, che metteva in pericolo la restituzione soddisfacente delle linee di credito concesse ai paesi indebitatisi con la guerra (tra cui l'Italia) e poi costretti, dalla svalutazione, ad accrescere il debito estero conseguente alle indispensabili importazioni. Specie importazioni alimentari per i paesi agricoli, e non ancora industrializzati, che avevano dovuto mobilitare i contadini come soldati, e non riorganizzarono tempestivamente una produzione agricola auto-sufficiente, e né disponevano di una produzione di beni industriali idonea a sostenere senza danni finanziari e monetari, gli scambi con l'estero. 
4.1. Lo vediamo, in particolare, nella Resolution III (qui p.7), che indica il legame genetico tra gold standard e banche centrali indipendenti:
L'inflazione è una "modalità di tassazione non-scientifica e dissennata" (v. qui, pensiero ripreso da Einaudi, in "addendum") che produce costi della vita più elevati e consequente "malessere del lavoro".
“In secondo luogo le banche, in particolare le banche di emissione, devono essere indipendenti dalla pressione politica al fine di agire esclusivamente “entro le linee di una finanza prudente"(Resolution III, 28). 
Più specificamente, i tassi di interesse devono salire al fine di restringere il volume del credito disponibile. Invero, "se il saggio controllo del credito porta al denaro "caro", questo risultato aiuterà di per sè a promuovere l'economia" (Resolution VII, 29). La commissione è consapevole che queste misure accrescono il costo della restituzione del debito flottante. 
Tuttavia afferma:
“non vediamo ragioni del perché la comunità nella sua capacità collettiva (cioè i Governi) dovrebbero essere soggetti a qualcosa di meno della normale misura di restrizione del credito che riguarda i membri individuali della comunità"  (Resolution IV, 28).”
 
Cioè lo Stato deve mettersi in mano ai mercati finanziari: lo sappiamo benissimo che il senso dell’indipendenza delle banche centrali è questo, ma le conferme fan sempre piacere.
Ovviamente “a  Brussels si è già concordi sul fatto che “E' altamente desiderabile che i paesi che hanno deviato da un effettivo gold standard debbano ritornare ad esso,” [Resolution VIII, 19].”

5. L'originaria formulazione parla semplicemente di "malessere del lavoro" non di "iniquità verso l'orfano e la vedova": la formula è elittica, perché in realtà allude alle rivendicazioni salariali dei lavoratori che si manifestavano in quel dopoguerra, una volta ottenuto il traumatico (per ESSI) diritto di sciopero (o, almeno, la cessazione della sua illiceità penale e repressione militar-poliziesca), . 
Oltretutto, quei lavoratori - inclusi i poliziotti e i militari che, secondo il "vecchio" schema ante-guerra, avrebbero dovuto essere utilizzati nella repressione degli scioperi (dettaglio storico-sociologico da non trascurare)-, erano in gran parte reduci dal massacro della grande guerra e, a fronte di un drastico "taglio" della forza lavoro (sterminata a milioni da gas e mitragliatrici), avevano imparato ad organizzarsi in sindacati che erano sempre più forti, con un'autoorganizzazione che si rifletteva anche nella rappresentanza politica consentita dal suffragio universale (al tempo, ai suoi "esordi").
Ebbene, il contrasto a queste rivendicazioni fu teorizzato in nome del gold standard e delle banche centrali indipendenti e proprio l'accanimento in questo pensiero unico legittimò, appunto, l'avvento in Italia del fascismo e ogni altra deriva autoritaria nel resto d'Europa.
La realizzazione TINA di questo "mondo ideale" giustificò poi l'autoritarismo ben visto e finanziato da ambienti finanziari anglosassoni - come ci testimonia direttamente Benjamin Strong, presidente della Fed e laudatore dell'efficienza del fascismo nel 1927- e industriali, come ci testimonia Basso (qui, p.3).  
Con buona pace della ricostruzione di Berlinguer che "salta" qualche fondamentale passaggio nell'attribuire all'inflazione la generazione "autonoma" del fascismo, ignorando il decisivo "intervento di (ben precise) forze sociali" indicato da Basso.

Questa presa di posizione di Einaudi è perfettamente allineata con le conclusioni delle Conferenze degli anni '20, che include nelle sue premesse ideologico-economiche "naturali" e che, comunque, inserisce anche  in questo famoso passo; ma che vengono abilmente paludate di quella veste morale "preoccupata" dei più deboli, che, evidentemente, dovette poi suggestionare Berlinguer. Da notare che, in una non casuale anticipazione, la versione einaudiana era inserita in uno scritto sui "problemi economici della federazione europea" (!):
Il vantaggio del sistema [di una moneta unica europea] non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali. Per quanto altissimo, il vantaggio sarebbe piccolo in confronto di un altro, di pregio di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità dei singoli stati in materia monetaria
Chi ricorda il malo uso che molti stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può avere dubbio rispetto alla urgenza di togliere ad essi cosiffatto diritto. 
Esso si è ridotto in sostanza al diritto di falsificare la moneta (Dante li avrebbe messi tutti nel suo inferno codesti moderni reggitori di stati e di banche, insieme con maestro Adamo) e cioè al diritto di imporre ai popoli la peggiore delle imposte, peggiore perché inavvertita, gravante assai più sui poveri che sui ricchi, cagione di arricchimento per i pochi e di impoverimento per i più, lievito di malcontento per ogni classe contro ogni altra classe sociale e di disordine sociale. 
La svalutazione della lira italiana e del marco tedesco, che rovinò le classi medie e rese malcontente le classi operaie fu una delle cause da cui nacquero le bande di disoccupati intellettuali e di facinorosi che diedero il potere ai dittatori.  
Se la federazione europea toglierà ai singoli stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche col gemere il torchio dei biglietti, e li costringerà a provvedere unicamente colle imposte e con i prestiti volontari, avrà, per ciò solo, compiuto opera grande. 
Opera di democrazia sana ed efficace, perché i governanti degli stati federati non potranno più ingannare i popoli, col miraggio di opere compiute senza costo, grazie al miracolismo dei biglietti, ma dovranno, per ottenere consenso a nuove imposte o credito per nuovi prestiti, dimostrare di rendere servigi effettivi ai cittadini.” (L. Einaudi, I problemi economici della federazione europea, saggio scritto per il Movimento federalista europeo e pubblicato nelle Nuove edizioni di Capolago, Lugano, 1944 ora in La guerra e l’unità europea, Milano, Edizioni di Comunità, 1950, pagg. 81-82)."

7. Con il che il cerchio si chiude, sicché una corretta memoria storica dovrebbe consentire, alla maggior parte degli italiani, di capire perché ci troviamo oggi in questa situazione.

domenica 23 luglio 2017

UN RIMEDIO SEMPLICE SEMPLICE: IL VETO ASTENSIONISTICO

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1. Come prima cosa invito a rileggere questi due post: 
Nel primo si analizza come la democrazia "liberale", cioè a processo elettorale idraulico e mirata esclusivamente alla instaurazione dell'ordine internazionale del mercato, risulti più efficiente di uno Stato autoritario-dittatoriale nel realizzare lo "Stato minimo", quello che conserva e rafforza il potere sociale e istituzionale di una ristretta oligarchia: nelle attuali condizioni storico-istituzionali, questa maggior efficienza è determinata dal perseguimento implicito di un altro grado di astensionismo (prossimo o superiore al 50%). 
L'astensionismo, nelle democrazie occidentali contemporanee, caratterizzate dal suffragio universale, e dalla difficoltà formale di abolirlo (per lo meno al momento), è la forma (autolesionistica) che assume la reazione, intenzionalmente provocata, alla introduzione di "vincoli", monetari e fiscali, di natura tecnocratica e ad applicazione automatica (imposti normalmente per via di trattati internazionali, quindi vincoli "esterni"). 
Si realizza, cioè, proprio inducendo l'indifferenza del corpo elettorale verso l'esito del voto, quella forma di efficienza del governo delle oligarchie teorizzata proprio da Pareto (qui, p.6): … Lasciando da parte la finzione della “rappresentanza popolare” e badando alla sostanza, tolte poche eccezioni di breve durata, da per tutto si ha una classe governante poco numerosa, che si mantiene al potere, in parte con la forza, in parte con il consenso della classe governata, molto più numerosa…

2. Nel secondo post, sul presupposto che in un regime di democrazia "liberale", a causa della invariabilità delle politiche che qualunque maggioranza uscita dalle urne sarebbe scontatamente "vincolata" a perseguire", si evidenzia che il rimedio principale non sia votare "contro le tasse", ma "non votare per chiunque non ponga la questione della inaccettabilità democratica della banca centrale indipendente, da cui deriva la conseguente inaccettabilità di tutti i corollari che, affermatisi a livello europeo, costituiscono il vincolo esterno".
In quella sede, tuttavia, si premetteva che "il problema delle banche centrali indipendenti non è culturalmente percepibile dal cittadino comune
Questi è in grado di registrare l'aumento della pressione fiscale a livelli insostenibili, ma non sa collegare questo effetto al crescente e devastante costo del collocamento del debito pubblico sui "mercati".
Potrà perciò votare "contro" le tasse, ma non evitare che le tasse continuino ad aumentare, magari attraverso patetiche "rimodulazioni" di cui i governi europeizzati e ordoliberisti si servono per attrarre un consenso del tutto ingannevole: cioè basato sulla illusione finanziaria, per cui il costo della copertura dell'onere del debito viene spostato da un titolo di imposizione all'altro, da un tributo a un taglio della spesa pubblica per servizi pubblici essenziali, senza che il cittadino-elettore sia in grado di percepirlo.
Al massimo, sarà (coattivamente) indotto a pensare che sia un rimedio "ridurre il debito" o "tagliare la spesa pubblica", accedendo all'idea - che vedo ripetuta ancora più ossessivamente, in questi giorni- di "aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità"."

3. Adottando quindi il metodo fenomenologico, un rimedio democratico più efficiente non sta tanto nel superare il controllo mediatico che rende impenetrabile all'opinione di massa l'espressione di un voto consapevole, (ciò richiederebbe tempi lunghi e autentiche rivoluzioni sul controllo di vasti settori dell'economia, con esiti molto incerti).
Infatti, il sistema mediatico tende a dissimulare in ogni modo il problema delle banche centrali indipendenti e dell'ideologia sottostante ai vincoli esterni di natura monetaria e fiscale, e quindi all'invariabilità delle politiche che qualunque maggioranza sarebbe vincolata a perseguire. Si può dire, anzi, che questa opera di dissimulazione degli scopi effettivamente perseguiti col "vincolo €sterno" sia il compito principale del sistema mediatico (che, appunto, come evidenziava Basso, è perciò rigidamente controllato dalle stesse oligarchie timocratiche).
Il rimedio sta nel trasformare il senso della reazione in cui consiste l'astensionismorebus sic stantibus, questa risulta "istintiva" (cioè inevitabilmente non cosciente della cause effettive di questa invariabilità) e finisce addirittura per agevolare il gioco delle oligarchie.
Ma è possibile immaginare un meccanismo istituzionale che attribuisca all'astensionismo il senso di una manifestazione di volontà effettivamente espressiva di un dissenso impeditivo della prosecuzione delle politiche oligarchiche.

4. Abbiamo già suggerito, in modo più organico e mirato, un insieme di riforme conservative e rafforzative dell'attuale Costituzione, lavoristica e pluriclasse, che quindi costituisce un ostacolo intollerabile alla piena instaurazione del regime oligarchico della democrazia "liberale" (ed infatti si continua, nei media, a voler definitivamente distruggere l'attuale Costituzione attraverso drastiche manomissioni formali). 
Ma queste soluzioni "chirugirche"esigerebbero che chi se ne facesse promotore sul piano legislativo, fosse già una consistente maggioranza politica nel paese. 
Proponiamo invece un rimedio che, anche nell'attuale governo mediatico dei mercati, avrebbero un facile e vasto riscontro nell'opinione pubblica, che comunque, e in qualche modo, ne ha orecchiato le problematiche relative.

4.1. Basterebbe eliminare il quorum del 50% per i referendum (abrogativi delle leggi), con una minima interpolazione dell'art.75 comma 4, della Costituzione, e invece introdurlo per la validità delle elezioni politiche, con una minima modifica dell'art.48 Cost., tesa a salvaguardare in concreto la "effettività" e la "libertà" del voto.
Se l'astensionismo da mera reazione istintiva che, in definitiva, il controllo oligarchico-mediatico ha attualmente il massimo interesse ad incentivare, divenisse  STRUMENTO DI MANIFESTAZIONE DI VOLONTA' CONCRETA DELL'INDIRIZZO POLITICO CHE NON SI VUOLE, avremmo in pratica qualcosa di simile al diritto di veto spettante ai tribuni della plebe nell'ordinamento dell'Antica Roma, solo diretto a contestare,anzicché singole leges, l'assetto dei rapporti di forza instaurati di fatto, e quindi contrari alla Costituzione. 
Ma il meccanismo attualmente ipotizzato, eviterebbe la "personalizzazione" di tale potere in un numero ristretto di aventi diritto, portati alla creazione di clientele distorsive del suo uso, e si atteggerebbe come strumento di democrazia diretta, realizzativo della partecipazione all'indirizzo politico della sovranità popolare.

4.2. In pratica, la contrarietà popolare all'attuale sistema di decisione politica €uro-vincolata, - oggi diffusa e dispersa, e posta, dall'esistenza del sistema mediatico, nella pratica impossibilità di autoorganizzarsi, per evidenti limiti di accesso a risorse finanziarie e a strumenti di comunicazione-,  avrebbe la possibilità di rendere decisivo, e istituzionale, il partito dell'astensionismo.
Ciò consentirebbe di coagulare la convergenza del vasto dissenso popolare su una volontà comune minima, non più ostacolata da reciproche pregiudiziali ideologiche, attentamente alimentate dal sistema mediatico di controllo oligarchico, che impediscono l'unità organizzata del prevalente dissenso. 

4.3. Avendo un'opportunità pratica di questa portata, la tentazione di astenersi dal votare finirebbe di essere generica protesta senza costrutto e sarebbe incentivata come forma di concreto segnale di "cambiamento" reale, e non costruito a tavolino dall'oligarchia mediatica. 
La soglia paralizzante dell'astensionismo "significativo" agirebbe da strumento di dissuasione preventiva, ridisegnando  radicalmente l'atteggiamento delle elites, oggi sprezzante del raggiungimento di un'effettiva maggioranza elettorale. 
La stessa ossessione praeter Constitutionem della "governabilità (qui, p.2.1.4.-2.1.6.) assumerebbe un senso sostanziale molto diverso e svuotato della sua insanabile ipocrisia.

5. La mera esistenza di un meccanismo del genere avrebbe conseguenze di enorme portata per ricalibrare entro l'alveo della legalità costituzionale il comportamento di tutte le forze politiche e delle stesse istituzioni:
- i partiti dovrebbero finalmente porsi il problema di non rendere immutabili le scelte politiche rispetto alla volontà popolare in base al vincolo esterno, perché sarebbero costretti, onde evitare che l'astensionismo paralizzi la loro stessa possibilità di governare,(vincendo elezioni idrauliche "in absencia" della maggioranza dell'elettorato),  a presentare preventivamente programmi impegnativi e che realmente realizzino gli interessi della maggioranza dell'elettorato;
-  poiché il problema della piena occupazione e delle politiche che ne consentirebbero il raggiungimento, che oggi risulta assolutamente prioritario, dovrebbe essere posto realisticamente allo scrutinio del popolo sovrano, coloro che predicassero la sola efficacia di misure sul lato dell'offerta, cioè volte esclusivamente ad abbassare i costi delle imprese in funzione della competitività estera, si troverebbero immediatamente a dover rendere conto del fallimento pluridecennale di questa ideologia che, comunque, è obiettivamente diretta a beneficare delle minoranze;
- i partiti principali, inoltre, dovrebbero inevitabilmente rendere conto del fatto che l'ideologia sottostante a tali politiche economiche può reclamare una legittimità soltanto sulla base di quel "lo vuole L€uropa": che è invece alla base dell'astensionismo. 
Ma l'astensionismo cesserebbe di essere neutrale, cioè indifferente, in termini di perdita di consenso: posti i partiti in condizione di constatare in modo istituzionalmente paralizzante l'effetto delle politiche propugnate per via dell'accettazione, supina e auto-deresponsabilizzante, del vincolo esterno, la gara elettorale non sarebbe più, come avviene nelle democrazie "liberali", mirata a conquistare il consenso del "centro", ma quello delle fasce più colpite dalle politiche finora perseguite.

Queste sono solo alcune delle implicazioni di questo rimedio "semplice-semplice": molte altre ve ne sono. E sono sicuro che sareste in grado di indicarle (sempre partendo dalle analisi dei due post la cui rilettura è suggerita all'inizio).

venerdì 21 luglio 2017

MACRON IMITA MONTI: ACCETTARE QUESTO STRANO AGGIUSTAMENTO E' STATA UNA FOLLIA?



1. Macron svela il suo vero volto, naturalmente applaudito da Le Monde: un vero volto che, per la verità, non aveva mai celato. Esattamente come avevamo anticipato analizzando il suo programma elettorale, politico-economico, strettamente ossequioso delle raccomandazioni derivanti dall'outlook della Commissione UE.
La schermatura alla comprensione di Macron, certamente diffusa in Italia, ma ovviamente anche in Francia, derivava soltanto dalle rispettive grancasse mediatiche, tutte impegnate a rivendicare antifascismo e antixenofobia per portare acqua al mulino "progressista e L€uropeista garantito" del giovine allievo di Attali (qui, p.3); e questo, dunque, con i francesi che non hanno potuto votare comprendendo la portata del suo effettivo programma economico-sociale.

2. Così, in un crescendo orwelliano, i media hanno potuto fare di Macron un campione di democrazia innovativa (ma se si è Leuropeisti, solo i media possono vendere la bufala che ci sia qualcosa di "nuovo" nella "scienza economica dell'800"; qui pp.3-4).  
Si è abilmente agito (ma neanche troppo, date le risibili difese "immunitarie" rimaste a presidio del senso della democrazia sostanziale), svincolando il fascismo da qualsiasi connotato anti-lavoristico (e perciò solo autoritario, cioè inevitabilmente proprio della "destra economica"), e glissando sulla xenofobia rispetto alla concreta pratica della "accoglienza no-limits"; che infatti Macron si è affrettato a lasciare in carico all'Italia, contraddicendo immediatamente l'equazione "molto L€uropeista che vuole il rilancio della pace e della crescita contro ogni populismo"= solidarietà L€uropea e sforzo comune per accogliere i migranti". E in qualità di L€uropeista "del rilancio", contro-ogni-populismo e bla bla bla, Macron, poi, non si (ci) fa mancare nulla...

DOPO QUELLO SUI MIGRANTI, MACRON PROGETTA UN ALTRO SCHIAFFONE A GENTILONI – SI VUOLE RIPRENDERE I CANTIERI STX. PARIGI PUNTA A RIDURRE AL 50% LA QUOTA DI FINCANTIERI E DEI SOCI ITALIANI. ATTESA NELLE PROSSIME ORE UNA TELEFONATA FRA L’ELISEO E PALAZZO CHIGI




3. Ora, il "rilanciatore del vero spirito €uropeo", come ci illustra con dovizia Le Monde, se ne esce trionfalmente con la "consolidata" teoria che "i conti pubblici non vanno bene"; quando invece, come stra-sanno pure i sassi dotati di comprendonio, si tratta di conti con l'estero che vanno maluccio e di crescita salariale superiore a quella della produttività reale (qui, pp. 4 e 7).
Quindi, la Francia deve arrivare subito al 3% di deficit per il 2017 "in accordo con gli impegni presi con i partner €uropei"; quando invece si tratta del diktat tedesco che, esecutrice la Commissione, vuole mantenere in vita l'euro.  
Specie ora che il dollaro minaccia di indebolirsi e di riaccendere le tensioni commerciali interne all'eurozona. Tensioni che, per la verità, il citato report della Commissione dedicato alla Francia (e "base" del programma elettorale di Macron), segnalava come dovute al contenimento del costo del lavoro "in particolare in Germania" (qui, p.6, in un passaggio di umorismo involontario, profetico sul "nerbo" di grandeur che Macron sarebbe stato capace di produrre in concreto nei confronti di tale specifico "partner". Che non è, appunto, l'Italia.). 

4. Ma, al contempo, Macron resuscita la teoria che i tagli fiscali, "per provocare uno stimolo fiscale in favore degli investimenti, dell'occupazione e della crescita", vadano però finanziati con "economie", cioè con equivalenti tagli alla spesa pubblica.
Per l'anno in corso, quindi, intanto si operano "risparmi" di 4,5 miliardi di euro.
E, cosa che sfugge del tutto "casualmente" a Le Monde, a fronte di ulteriori tagli della spesa pubblica relativi al 2018 per 20 miliardi di euro. 

Capiamoci: per quest'anno, 2017, gli impegni coi partners (germanici) parrebbero consistere nella riduzione della spesa pubblica per 4,5 miliardi, e il deficit dovrebbe perciò essere corretto nel suo effettivo scostamento (!), cioè persino dal previsto trend iniziale di 3,2% del PIL; un trend, peraltro, già di per sè violativo (come da prassi invalsa da svariati anni) dei suddetti "impegni", nella mitica burletta o vaudeville del fiscal compact
Ma, se si presta attenzione a quanto riporta Le Monde, per il 2017 non si parla di sgravi fiscali (e contributivi per le imprese, cioè supply side) e quindi "lo stimolo deve attendere" (intanto lo si annuncia per indorare la pillola dei tagli attuali; sempre che in Francia riesca quello che è prassi comune in Italia).

5. Insomma, l'attuale deficit francese, rebus sic stantibus, si attesterebbe allo stesso livello dello scorso anno. Cosa che, in un anno di elezioni, non può sorprendere nessuno: il "bello" viene dopo, non appena le elezioni sono state vinte da un €urofilo sostenitore della pace e dell'austerità espansiva....
France Government Budget
Va aggiunto che poiché il deficit, anche al 3% (quand'anche mai rispettato), sarà comunque superiore alla crescita nominale francese, il relativo debito pubblico su PIL dovrebbe ulteriormente aumentare, non certo diminuire, secondo le note regole aritmetiche che caratterizzano i rapporti: tanto più se il numeratore PIL, come vedremo più sotto, non rispetterà le attese di crescita oggi imprudentemente dichiarate (collegandole al forte consolidamento fiscale "inevitabile"). 
La Francia, pur avendo fatto questi bei deficit poco L€uropei (e quindi avendo sacrificato molto moderatamente la crescita, ed evitato di correggere il deficit CA), è autrice di una performance incrementale del rapporto debito/PIL che la Commissione considera "ad alto rischio", per il caso di futura crisi finanziaria (qui, p.3)

https://d3fy651gv2fhd3.cloudfront.net/charts/france-government-debt-to-gdp.png?s=fradebt2gdp&v=201704302325v

6. Ma non è finita (rammentando che, nell'economia del discorso riportato da Le Monde, il PIL francese è "arrotondato" intorno ai 2000 miliardi, essendo in effetti intorno a 2100 miliardi di euro).
Siccome, come abbiamo visto sopra, il deficit stimato a fine anno 2017, NON risulterebbe quello atteso del 3,2%, tendendo attualmente a collocarsi verso il 3,4%, ne deriva che, oltre ai tagli della spesa attuali per 4,5 miliardi, in qualche modo (cioè inevitabilmente attraverso prelievi tributari aggiuntivi), l'aggiustamento per l'anno in corso dovrà essere complessivamente maggiore: pari a circa 8 miliardi di euro, come sottolinea da subito, a Le Monde, Edouard Philippe, basandosi sull'avviso della Cour des comptes. 
Questo calcolo non emerge correttamente dall'articolo (cosa che non ci sorprende affatto, abituati all'italgrancassa), ma i numeri sono inequivocabili: una correzione di 8 miliardi sono circa 0,4 punti di PIL, non 0,2. 
Ergo i conti pubblici vanno peggio del previsto e i tagli della spesa, oggi oggetto di tante polemiche, sono inferiori al volume di correzione richiesto. Ma altri, cioè la Commissione, l'hanno già fiutato e messo sotto il faro...della Merkel.

7. Per il prossimo anno, 2018, (dunque con la manovra di stabilità, si deve presumere, a meno che il two pakcs non si applichi solo all'Italia...il che non ci stupirebbe affatto), invece, ci saranno sì sgravi fiscali per circa 12 miliardi, cioè per 0,6 punti di PIL (che dovrebbero progressivamente arrivare a 20, pari a circa 1 punto di PIL, sebbene, prospettati piuttosto vagamente, "nel prossimo quinquennio"). 
Però, intanto, sempre nel 2018, ci saranno subito "au moins" ("come minimo", dunque) 20 miliardi di tagli alla spesa pubblica.
Tralasciamo gli effetti immediati dei tagli 2017, con tanto di dimissioni del Capo di Stato maggiore delle difesa francese,  (a cui sarebbe da aggiungere il forte malcontento espresso dalle forze di polizia, secondo lo stesso Le Monde),  e vediamo su quali settori si appunteranno le pesanti attenzioni spending revisioniste di Macron per il 2018. 

7.1. Ce ne parla, il ministro "dell'azione e dei conti pubblici" (una specie di ministero della funzione pubblica "austera") Gérald Darmanin, che promette
«occorrerà fare delle effettive riforme strutturali» e quindi "insiste" « La politica della formazione e di aiuto alla disoccupazione, e quella degli alloggi pubblici… Tutte le tematiche della politica pubblica sono senza dubbio da rivedere al fine di spendere meno».

8. Un primo interessante commento previsionale: per il 2017, Macron prevede, inevitabilmente rebus sic stantibus, una crescita all'1,6% del PIL
La correzione dei conti, di 0,4 punti, come nella migliore tradizione "Monti", non dovrebbe quindi, secondo lui, influire in alcun modo. 
Se, in effetti, però, si applicassero dei moltiplicatori fiscali appena appena attendibili, la Francia sarebbe più realisticamente accreditabile di una crescita intorno all'1%: forse qualcosa di più, se si sconta che il periodo di applicazione dell'aggiustamento (rammentiamoci, per quanto occultato, pur sempre riguardante, in effetti, il deficit nei conti esteri), si svolgerà solo nei 4-5 mesi finali dell'anno. 
Ma, stante l'alta pressione fiscale in Francia, una minor crescita comporterebbe pura una proporzionale diminuzione della entrate stimate: per cui non scommetterei granché sul pieno rispetto del deficit al 3% per quest'anno, nonostante, e anzi, proprio a causa dell'attuale correzione...

9. Per il 2018, addirittura, pur avendosi tagli alla spesa pubblica per 20 miliardi, per di più con un saldo superiore di circa 8 miliardi rispetto al volume previsto di sgravi fiscali, Macron prevede una crescita all'1,7 e un deficit pubblico al 2,7%
Calcoliamo però che anche solo finanziando "in pareggio di bilancio" un volume di 20 miliardi, cioè effettuando sgravi fiscali in misura esattamente pari ai tagli della spesa pubblica (su aiuti alla disoccupazione e sugli alloggi pubblici!), secondo il teorema di Haveelmo, la minor crescita, rapportata al PIL francese attuale, sarebbe pari a 1 punto (cioè all'intera misura dei tagli rapportati al PIL).
Quindi, nella più ottimistica delle previsioni, la crescita non potrebbe superare circa 0,7 punti di PIL, e comunque non giungere al di sopra dell'1% (se questi volumi di consolidamento fiscale saranno effettivamente applicati). 
E non calcoliamo l'effetto svalutativo del dollaro attualmente in corso, dovendosi considerare che la Francia è forte esportatrice fuori dall'eurozona e, in particolare, proprio negli Stati Uniti.

10. Vedremo se Macron, terrà il punto e passerà all'azione, nel 2018, esattamente su questa misura di austerità e di aggiustamento per via fiscale, tipico dell'eurozona (qui, p.1, Draghi ipse dixit).
C'è pure da dire che, poiché, come avvertiva la Commissione, il saldo negativo con l'estero, è previsto in "significativo rischio di notevole peggioramento" (qui, p.7), non ha neppure molta scelta. 
E Macron non ha molta scelta perché è fermamente L€uropeo, super-eurista e convinto di poter competere con la Germania da pari a pari.
Almeno per ora...

mercoledì 19 luglio 2017

IL CONSENSO LOGORA CHI NON CE L'HA. SPECIALMENTE SE NON HA (PIU') IDEA DI COME OTTENERLO



1. In un articolo intitolato significativamente "Il partito democratico rimane sull'orlo del collasso", Zero Hedge cita Bloomberg in un passaggio che mi pare riassuma il punto fondamentale:
"Un presidente come Donald Trump che ha i sondaggi di gradimento storicamente più sfavorevoli, può almeno consolarsi per questo: Hillary Clinton sta facendo peggio.
La rivale democratica del 2016 è vista con favore solo dal  39 percento degli Americani nell'ultimo Bloomberg National Poll, due punti sotto allo stesso Presidente in carica! Si registra così il secondo peggior indice di gradimento per la Clinton da quando viene seguita da questo tipo di sondaggio nel settembre 2009.

La ex segretaria di Stato era sempre stata una figura controversa, ma questa inchiesta mostra che ha addirittura perso di popolarità tra quelli che l'avevano votata a Novembre.
Più di un quinto dei votanti per la Clinton affermano di avere una visione negativa di lei. Per fare un paragone, solo  l'8 percento dei probabili votanti per lei dichiaravano di sentiri così nel sondaggio finale di  Bloomberg prima delle elezioni, mentre solo il 6 percento dei votanti per Trump asseriscono ora di valutarlo in modo sfavorevole.
Nel rimpianto diffuso tra i democratici su come si sarebbe meglio potuto contrapporsi a Trump e ai Repubblicani, nel 2018 e oltre, è sempre più diffusa l'opinione che sarebbe stato meglio che le primarie fossero state vinte da Bernie Sanders, perché la Clinton non è mai stata gradita ed è stata votata solo come "male minore".
Segue un'intervista da International Business ad una delle Pussy Riots, la Tolokonnikova, imprigionate da Putin per "essersi opposte al regime" che realisticamente ammette che nel popolo russo si è creata una diffusa connessione tra gli anni '90 e la democrazia come impoverimento e assoggettamento alla shock economy neo-liberista, laddove Putin può legittimamente affermare: "Almeno io posso darvi stabilità e protezione. Volete tornare alle riforme neo-liberiste introdotte da Boris Yeltsin? E la gente risponde di no". 
L'intervista conclude con l'affermazione della Tolokonnikova circa l'ipocrisia delle "democrazie occidentali" che non sono seconde a nessuno in fatto di repressione e imprigionamenti, autoinvestendosi del ruolo di impero mondiale e di poliziotti del mondo.

2. Ora, il malcontento, profondo, crescente e inarrestabile che accomuna le masse del mondo occidentale è fenomeno che abbiamo già registrato e scandagliato più volte: ne ha parlato Wolf, saggiamente prima delle elezioni presidenziali USA, cercando invano di mettere le mani avanti; ne ha riparlato, sempre obtorto collo, e additando una deriva che andrebbe prevenuta nell'interesse delle stesse elites, Anne-Marie Slaughter (cognome non troppo rassicurante dato l'argomento...), sul FT ripresa in questo post.

2.1. Ve lo cito nella sua parte essenziale, perché è importante ribadire la premessa su "come ci vedono gli USA", e quindi, su come ci collocano acriticamente e inerzialmente all'interno del disegno mondialista, in un modo che nessuna dirigenza politica italiana pare in grado più di smentire e correggere, per impedire errori di prospettiva, molto pratici, ad entrambe le parti interessate:
"Abbiamo più volte detto che gli USA costituiscono il paese che anticipa al suo interno le tendenze politiche che, successivamente, si estenderanno al resto dell'Occidente (cfr; per una formulazione estesa di questo fenomeno di induzione e retroazione tra USA ed €uropa, e per le sue implicazioni, qui, par.V-VIII).
Ripetiamo, per l'ennesima volta: una globalizzazione istituzionale non è altro che una gigantesca Ghost Institution, cioè una costituzione materiale transnazionale che svuota quelle formali, sovrane, dei singoli Stati, senza che i rispettivi popoli sovrani se ne accorgano. 
Di fatto, le regole del diritto internazionale privatizzato impongono, a nostra insaputa, una democrazia idraulica governata dall'ordine internazionale dei mercati, e dunque, il voto o va come "deve" andare o questo "ordine dei mercati" scatena uno "stato di eccezione" tale da ripristinare il proprio stretto controllo istituzionale.

...Per l'Italia, in particolare, c'è un'idea ossessiva di base che proviene dagli ambienti USA "che contano", e che viene accolta acriticamente e fanaticamente dai vari tecnocrati €uropeisti, tedeschi, francesi o, in modo ancor più rigido, italiani: 
"l'Italia continua ad essere vista come un paese socialistoide-anarcoide gravato da un marchio irreversibile di pelandroneria dei suoi lavoratori e di "levantinismo", corrotto e sprecone, della sua classe politica, al più macchiavellica, volendo l'analista USA nobilitare il luogocomune utilizzato; un marchio appena mitigato dal riconoscimento della creatività dei suoi imprenditori, accettabile però se predicata come settoriale e, possibilmente, delocalizzatrice da un lato, e aperta agli IDE, cioè all'acquisizione estera, dall'altro.   
Alan Friedman e Luttwak, probabilmente i più ascoltati commentatori ufficiali delle cose italiane, esprimono questa visione, immutata da decenni, avendo spazi mediatico-televisivi praticamente illimitati e, specialmente, incontrastati (più il primo dei due, in verità), allo scopo di radicare il frame dell'autorazzismo (nei nostri pedissequi commentatori autoctoni): questa etichettatura ossessiva agisce efficacemente come un "mantra", accuratamente svincolato dai dati economici relativi persino alla struttura dell'offerta italiana ed al suo effettivo mercato del lavoro, ammettendo piccolissime varianti".

2.2. Ed appunto (p.4):  
"Essendo questo quadro immutabile, almeno nel panorama delle "risorse culturali" italiane, la cosa beffarda è che "le riforme" che gli USA e l'€uropa vogliono ossessivamente imporre all'Italia, non solo quest'ultima le ha già introdotte in grandissima parte, ma lo ha fatto molto più di quanto non sia accaduto negli stessi Stati Uniti!
Ma questi ultimi, in verità, sono partiti avvantaggiati; non mi riferisco all'esorbitante privilegio del dollaro, sorretto da portaerei e sommergibili con testate nucleari multiple.
Mi riferisco alla loro Costituzione federalista, che ha da sempre consentito loro di riformare a piacimento il mercato del lavoro e di ridurre il welfare al concetto di beneficenza sedativa delle possibili "sollevazioni" delle masse impoverite, tipico della tradizione anglosassone: una sedazione neppure ben riuscita, come evidenziano fin troppi fatti di cronaca."
 
2.3. Solo che negli USA sono arrivati a questa autovalutazione della situazione socio-politica (pp.5-7):
"La Slaughter, data anche la natura ideologica del think tank che presiede, - dato che poche cose sono precisamente connotate dal punto di vista ideologico quanto la tecnocrazia globale e implicitamente mercatista-, non si accorge di un effetto che, a rigor di logica, risulta quasi comico: e cioè che, tranne che per la prima "fazione" (labour/left), le restanti elencate da Drutman rappresentano varie forme di neo-liberismo, più o meno orientate ad attribuire allo Stato americano un ruolo di mero guardiano notturno ovvero, nel caso opposto (clintoniani e repubblicani tradizionali) di attivo propagatore di regole e istituzioni intese a condizionare e sottomettere le altre aree del mondo.
Tuttavia, - ed è questo il punto interessante (forse motivato dal diretto interesse a promuovere un "terzo partito"...) -, la Slaughter ne fa poi discendere una serie di quesiti quasi stupefacenti:
"Nessun partito ha le risposte alle grandi domande che pone l'elettorato. 
Cosa accadrà dell'occupazione? 
Come potranno sopravvivere gli invecchiati baby boomers al collasso del tradizionale sistema pensionistico? 
Come potrà sopravvivere il sistema di benefici USA, fondato sulla contribuzione a carico dei dipendenti, alle schiere velocemente in aumento dei lavoratori part-time e "autonomi" (free-lance)? 
Come potranno sopravvivere le famiglie al collasso delle retribuzioni della middle class?"
La risposta della Slaughter si aggira sull'esigenza del superamento del bipartitismo attraverso svariate possibili riforme "costituzionali", di tipo elettorale, nei singoli Stati, che consentirebbero di superare la scelta limitata dei rappresentanti eleggibili nelle varie circoscrizioni, oggi monopolizzata dai due principali partiti. Conscia della estrema complicatezza di tali sistemi e dei quesiti referendari che ne deriverebbero, finisce per auspicare che sia 
"prima creato un terzo partito e poi siano convinti gli elettori che sia possibile mettere da parte gli altri partiti" (divenuti incapaci di dare risposte).
Ma rimane di fondo che quei quesiti, riportati sul Financial Times, indicano che anche nei think tank "che accettano la sfida delle nuove tecnologie e del global gender" (per capirsi), si comprende che l'epoca in cui si possa solo parlare di "riforme" e di misure supply side è al tramonto."
 
3. Raccordiamo la già segnalata capacità anticipatoria delle tendenze USA rispetto agli sviluppi che poi si propagheranno al resto della parte occidentale dell'Impero.
Le prossime elezioni in Italia, - se volessimo prendere per passabilmente realistico questo parallelismo, temporalmente sfalsato, con le vicende USA-, risulteranno perciò "interlocutorie" e non faranno emergere una coscienza diffusa, almeno nella parte preponderante dell'offerta politica, delle misure politico-economiche ormai indispensabili non tanto per far tornare l'Italia su un'effettiva (e non propagandistica) traiettoria di crescita, quanto per poter conservare, esse forze politiche, il consenso e non dover saturare l'elettorato di falsi slogan che costituiscono l'ultima linea di resistenza cosmetica della linea €uropeista delle "riforme strutturali": una linea che vanifica e svuota di ogni senso l'espressione del voto. 
Al punto che le (forse) prossime elezioni italiane, ben possono divenire una clamoroso casus (belli) di rinvio sine die del voto, ovvero, in una ben triste alternativa, cioè ad elezioni espletate sulla base delle premesse sopra svolte, di esperimento di definitiva istituzionalizzazione del governo dell'ordine internazionale dei mercati, condotto in nome de L€uropa (che ne è il più grande profeta di tutti i tempi...), in modo da vanificare strutturalmente il processo elettorale.

4. Si perderanno dunque, nella migliore delle ipotesi, altri 5 anni che, obiettivamente, potrebbero essere definitivamente esiziali, per le sorti della democrazia e del benessere del popolo italiano? 
Per ora, la risposta è in senso tragicamente positivo.  
Troppe inerzie, riproduttive delle esatte dinamiche del passato, da cui è esigenza assoluta distaccarsi, e troppa devastazione delle "risorse culturali", sono di ostacolo alla immediata capacità di autocorrezione sistemica. Appunto, esattamente come è accaduto negli USA.
Facciamo una rilevazione che la dice lunga dal panorama offerta da Dagospia e, pur dovendo in qualche modo mitigare il pessimismo, la constatazione diventa inevitabile:

GENTILONI NEL CUL DE SAC – A SETTEMBRE 'ER MOVIOLA' DEVE APPROVARE LO “IUS SOLI” IN PIENA CAMPAGNA ELETTORALE SICILIANA ED ALFANO NON LO VOTA. RISCHIA COSI’ DI NON AVERE I VOTI NEMMENO SULLA FINANZIARIA – ARRIVA IL SOCCORSO AZZURRO DI NONNO SILVIO?

I MIGRANTI COME IL PROTEZIONISMO CHE FECE RICCO AL CAPONE – IL TRAFFICO DI UOMINI RENDE AI TRAFFICANTI UN FATTURATO DA 400 MILIONI ALL’ANNO –  UN PASSAGGIO COSTA DAGLI 800 AI 3.700 EURO

AD OGNI LEVAR DEL SOLE… NASCE UNA SOCIETA’ PUBBLICA – SONO QUASI 9 MILA E DANNO LAVORO A 800 MILA PERSONE. SPESSO HANNO SOLO DIRIGENTI – IN PERCENTUALE CON GLI ABITANTI, IL RECORD VA ALLA VAL D’AOSTA. IL 18,7% SONO “SCATOLE VUOTE”, CIOE’ STIPENDIFICI E VEICOLO DI CLIENTELE POLITICHE

IL DOPPIO GIOCO DI CENTO SENATORI – SUPPORTANO IL GOVERNO MA GUARDANO AL BANANA PER UN POSTO IN LISTA - D’ANNA (VERDINI): “NON CI TORNO CON IL CAV. SIAMO SCAPPATI DA QUELLA SATRAPIA, A PRENDERE ORDINI DALLA PASCALE” – GHEDINI E ROMANI DIVERTITI DALL’ATTEGGIAMENTO DI QUAGLIARELLO

5. Tutti gli argomenti di questi significativi articoli, - significativi per il loro "taglio"- sono stati da anni affrontati su questo blog: saperli comprendere criticamente rimane una prerogativa assolutamente "elitaria", cioè culturalmente ristretta ad una community che è dotata dei mezzi cognitivi per decifrare le reali dinamiche che questi fatti sottendono: es; per le società pubbliche e il contesto €uro-mercatista di gestione del pubblico interesse (rilettura fortemente consigliata), ovvero per la questione del mercato del lavoro e dell'immigrazione o, ancora, dell'indifferenza verso i veri ideatori e beneficiari dell'apertura mondialista del mercato stesso, colpendosi soltanto i vari livelli esecutivi del "traffico".

Il livore disinformato domina e spadroneggia, a cominciare dal saper affrontare le cause effettive della deriva della burocrazia pubblica,  senza nulla risparmiarci, ormai da decenni e decenni, su paradigmi che portano ad alternative inaccettabili e sulle quali non possiamo che riprodurre un ormai "antico" richiamo, sperando che ora, nell'ora che decide senza più possibilità di errore, le sorti della nostra Nazione, democratica e fondata sul lavoro, ci sia qualcuno che ascolti. Troppo poco? Certamente...lo shock esterno troverà le soluzioni. Incontrollabili e inevitabilmente disfunzionali:

"Il pericolo che incombe sull'Italia, è la nefasta alternativa tra:

a) prosecuzione nell'euro della distruzione sistematica del nostro sistema industriale e del nostro futuro;
b) prosecuzione senza euro delle politiche deflazioniste neo-classiche basate sulla dottrina della banca centrale indipendente, che predicano la riduzione dello Stato e della spesa pubblica per un mercato del lavoro a disoccupazione intenzionalmente tenuta ad alti livelli, con la prospettiva dela privatizzazione di sistema sanitario e pensionistico;
c) tentativo di instaurare una nuova versione, (non più europeo-centrica e direttamente "Von Hayek"), della limitazione dello Stato nel suo disegno costituzionale, in favore della "decrescita felice", come paradigma planetario guidato da abili campagne multimediali di informazione "interessata".
Questo disegno, non affatto avvertito, conduce alla strutturale dipendenza da tecnologie straniere che colonizzerebbero un territorio nazionale a cui verrebbero riservate le versioni B o C, dato l'impoverimento della ricerca e della capacità industriale nazionali, irreversibilmente declinate, e quindi incapaci di assimilare tempestivamente i nuovi orizzonti tecnologici, mediante un adeguato livello di investimenti, pubblici e privati; cioè, volti già ora all'innovazione, alla ricerca e all'applicazione in dimensioni adeguate al nostro livello demografico.

Per questo occorre vigilare: perchè la soluzione c'è già. Ed è il modello economico e sociale delineato dalla nostra Costituzione. Che non può essere messa da parte criticandone questa o quella clausola episodica in materia di istituzioni parlamentari o di meccanismi di governo. Queste clausole appaiono problematiche solo come conseguenza patologica di un sistema economico alterato e di una classe politica globalmente incapace di rendersene conto.
Le geometrie istituzionali assumono un peso esasperato solo se la sostanza degli interessi perseguiti in Costituzione (i "contenuti") scompare dal dibattito tra le forze partitiche che dovrebbero esprimere un indirizzo politico conforme alla stessa Costituzione.
Perciò vigiliamo e non facciamoci ingannare dal gioco dei 4 cantoni di una politica asfittica e incapace".